L’accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti: il reato è integrato anche se il cellulare è privo della scheda SIM
- Valerio de Gioia
- Diritto Penale, JusDi
Provvedimento (estremi)
Cass. pen., sez. VI, ud. 13 marzo 2026 – dep. 21 aprile 2026, n. 14469
Tematica
Detenuto
L’accesso indebito a dispositivi di comunicazione
Assenza della SIM
Norma/e di riferimento
art. 391-ter c.p.
Massima/e
ѦѦѦ Integra gli estremi del delitto di cui all’art. 391-ter, comma 3, c.p. l’indebita ricezione da parte del detenuto di un telefono cellulare, anche se privo della scheda SIM. Cass. pen., sez. VI, 13 marzo 2026, n. 14469
In senso conforme: Cass. pen., sez. VI, 12 marzo 2026
In senso difforme: Cass. pen., sez. VI, 13 maggio 2025, n. 25746
Commento
L’accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti: il reato è integrato anche se il cellulare è privo della scheda SIM
Valerio de Gioia
Il reato di cui all’art. 391-ter c.p. (Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti) è stato introdotto dall’art. 9, D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173, nell’ambito dei delitti contro l’autorità delle decisioni giudiziarie.
La norma prevede che, fuori dei casi disciplinati dall’art. 391-bis c.p. (Agevolazione delle comunicazioni dei detenuti sottoposti a regime detentivo differenziato ai sensi dell’art. 41-bis Ord. pen. in elusione delle relative prescrizioni), chiunque indebitamente procura a un detenuto un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni o comunque consente a costui l’uso indebito dei predetti strumenti o introduce in un istituto penitenziario uno dei predetti strumenti al fine di renderlo disponibile a una persona detenuta è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni (primo comma). Viene sanzionata nella medesima misura anche la condotta del detenuto che riceve o utilizza tale dispositivo, salvo che il fatto non costituisca un più grave reato (comma 3). Il comma 2 contempla, infine, quale circostanza aggravante ad effetto speciale, l’ipotesi in cui il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, da un incaricato di pubblico servizio ovvero da un soggetto che esercita la professione forense.
Come già chiarito in precedenti pronunce della Suprema Corte, secondo quanto emerge dai lavori preparatori, l’introduzione di tale fattispecie criminosa risponde all’esigenza di contrastare le comunicazioni con l’esterno, diverse da quelle specificamente autorizzate, da parte dei detenuti sottoposti a regime detentivo ordinario. Individuata la ratio dell’intervento normativo nella necessità di fornire adeguata risposta all’endemico fenomeno dell’introduzione in carcere di apparecchi cellulari, essendo risultata non praticabile, sia da un punto di vista tecnico che economico, l’alternativa soluzione di attuare una “schermatura” degli istituti penitenziari, si è affermato che il bene giuridico tutelato dalla fattispecie in esame va individuato nell’esigenza di garantire l’effettività della pena detentiva e della custodia cautelare in carcere (cfr., in motivazione, Cass. pen., sez. VI, 11 settembre 2024, n. 42941).
Quanto alla struttura del reato, con riferimento al soggetto attivo, il primo comma della norma incriminatrice contempla un reato comune, che diventa proprio nella fattispecie aggravata commessa dal pubblico ufficiale, dall’incaricato di un pubblico servizio o da un soggetto che esercita la professione forense.
Con riguardo all’elemento oggettivo, la norma è strutturata a più fattispecie, tra loro alternative. Il legislatore ha, infatti, tipizzato tre alternative condotte consistenti nel: 1) procurare a un detenuto «un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni»; 2) consentire «l’uso indebito» di tali strumenti; 3) introdurre in un istituto penitenziario uno dei predetti strumenti al fine renderlo disponibile a una persona detenuta. Simmetricamente alla previsione del primo comma, il terzo comma sanziona, inoltre, la condotta del detenuto che indebitamente (e dunque al di fuori dei casi in cui sia autorizzato) riceve o utilizza tali dispositivi. Con riferimento a tali condotte il reato si caratterizza come un reato proprio, mentre la disgiuntiva “o” vale a rendere punibile la condotta anche quando il detenuto non abbia effettivamente utilizzato il dispositivo ricevuto per effettuare comunicazioni, con ciò assicurandosi una anticipazione della tutela coerente con la ratio della norma.
La Suprema Corte è intervenuta sul tema della interpretazione della locuzione “apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni” (Cass. pen., sez. VI, 11 settembre 2024, n. 42941). Si è sul punto affermato che il termine “apparecchio telefonico” si riferisce ai dispositivi che consentono la comunicazione a distanza tra gli utilizzatori, quali, tra gli altri, i telefoni fissi, i telefoni mobili, gli smartphone e tutte le successive evoluzioni tecnologiche di tale strumento (ad es., in tempi recenti, i c.d. “criptofonini”), mentre, di converso, «la locuzione “altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni” si riferisce agli altri dispositivi, che, pur diversi dai primi, sono a questi accomunati dalla medesima destinazione funzionale». Si è precisato che tanto emerge «dalla struttura della norma che, attraverso la congiunzione disgiuntiva “o”, prevede tali dispositivi, in alternativa agli apparecchi telefonici, quale oggetto delle condotte sanzionate» e che l’espressione “altri dispositivi idonei ad effettuare comunicazioni” risponde a «una esigenza di tecnica legislativa volta a ricomprendere in un’unica locuzione tutti i dispositivi diversi dagli apparecchi telefonici, sia attualmente disponibili sul mercato che frutto di una futura evoluzione tecnologica, che sono connotati dalla medesima destinazione funzionale, evitando, così, sia una pesante elencazione dei dispositivi vietati che continui interventi normativi di adattamento dell’oggetto delle condotte incriminate al progresso tecnologico». Si è così concluso che «un’interpretazione “letterale, teleologica e sistematica” della norma incriminatrice porti a circoscrivere l’oggetto delle condotte rilevanti ex art. 391-ter c.p. ai soli apparecchi telefonici o ad altri dispositivi intesi in senso unitario, con esclusione di singoli accessori» quale è stata ritenuta la sola scheda SIM, che può essere inserita all’interno sia di un telefono cellulare che di altri dispositivi quali, tra gli altri, il tablet, il router portatile, e che neppure è indispensabile ai fini della comunicazione e/o navigazione internet «potendosi, ad esempio, accedere ad internet attraverso un telefono, un “tablet” o anche un “personal computer”, condividendo la connessione alla rete con altro dispositivo munito di scheda SIM, attraverso la funzione di hotspot disponibile nelle impostazioni del singolo dispositivo mobile».
La successiva decisione espressa da Cass. pen., sez. VI, 13 maggio 2025, n. 25746, invece, ha affermato che nella disposizione di cui all’art. 391- ter c.p. «sono descritte condotte che hanno come alternativo oggetto materiale un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni, così che la stessa espressione utilizzata dal legislatore rende evidente che i due strumenti menzionati sono in correlazione e accomunati proprio per essere entrambi dotati di idoneità alla comunicazione», trae la conseguenza che il concetto di “dispositivi idonei ad effettuare comunicazioni”, include anche gli apparecchi telefonici, che dunque «devono avere idoneità alla comunicazione», giungendo ad escludere la configurabilità del reato «nel caso di un apparecchio telefonico privo di scheda SIM e di batteria, in quanto l’idoneità del dispositivo ad effettuare comunicazioni costituisce requisito necessario della fattispecie» ed evidenziando che una diversa interpretazione «finirebbe per colpire condotte in concreto inoffensive». Si registra, ancora, una pressoché coeva decisione della Suprema Corte che ha dichiarato inammissibile, per manifesta infondatezza, il ricorso proposto avverso una sentenza di condanna per il reato di cui all’art. 391-ter c.p., in relazione ad una fattispecie in cui l’oggetto attribuito al ricorrente era un apparato cellulare, in quanto tale costituente “apparecchio telefonico” di cui all’art. 391-ter c.p., essendo inconferente che lo stesso fosse privo di batteria e scheda SIM (Cass. pen., sez. VII, 26 maggio 2025, n. 22243). Da ultimo, è stato affermato che integra il delitto di cui all’art. 391-ter c.p. la condotta del detenuto che indebitamente riceve un apparecchio telefonico mobile privo del cavo di alimentazione, atteso che, in tal caso, non è preclusa in modo assoluto la possibilità di fare uso della “res” (Cass. pen., sez. VI, 26 novembre 2025, n. 4819), ricordandosi, in motivazione, sul piano dell’offensività del reato, la necessità costituzionale di ricostruire in chiave interpretativa qualunque fattispecie penale in termini almeno di pericolo (dovendo il giudice di merito effettuare l’accertamento in concreto della sua sussistenza: tra le altre, Corte cost. n. 139 del 2023, che richiama Corte cost. n. 225 del 2008).
Il giudizio di conformità al tipo deve attenersi strettamente alla previsione della fattispecie – così dovendosi condividere pienamente la estraneità ad essa della sola introduzione della componente accessoria costituita dalla SIM – e non può ricomprendere la necessità della compresenza di elementi accessori dello strumento considerato – quali la stessa SIM, la batteria o il cavo di alimentazione -, né – d’altra parte – deve essere sovrapposto a quello di concreta offensività del fatto. La disgiuntiva posta fra le parole “apparecchio telefonico” e “altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni” esprime chiaramente che l’idoneità ad effettuare comunicazioni è caratteristica che il legislatore ha attribuito solo agli altri dispositivi, essendo per sua natura l’apparecchio telefonico uno strumento comunicativo, considerate le repentine evoluzioni tecnologiche in materia di strumenti di comunicazione. Va precisato che l’idoneità strutturale a effettuare le comunicazioni, essendo volta a designare l’oggetto tipico della condotta, individua comprensivamente la necessaria caratteristica della seconda classe di strumenti, di per sé connaturata invece alla prima categoria degli apparecchi telefonici di cui esprimerebbe pleonasticamente la natura, e – soprattutto – non introduce, quale elemento costitutivo della fattispecie, in relazione al suo oggetto, la necessità della immediata capacità operativa degli strumenti di comunicazione introdotti. La norma incriminatrice che prevede l’indebita ricezione da parte del detenuto di uno di tali strumenti, così delineati, individua la messa in pericolo del bene protetto – costituito dalla effettività della detenzione carceraria – prescindendo dalla contestuale capacità dello strumento di connessione alla rete, essendo prevista l’ulteriore e distinta condotta penalmente rilevante ricollegata all’uso degli strumenti di comunicazione.
Diversa, ancora, è la questione che involge la necessità della intrinseca idoneità di tali strumenti alla comunicazione – esclusa nel caso di loro rottura o difetto di elementi strutturali dell’hardware – che si pone nel diverso ambito della offensività in concreto del fatto, il cui giudizio è rimesso al giudice di merito. La lettura ermeneutica che si sostiene, del resto, è del tutto consona al mutevole orizzonte tecnologico presupposto – come detto – dall’intervento legislativo, tenendo conto del fatto che la struttura e funzionalità intrinseche di un apparecchio telefonico non sono escluse dalla mancanza di un elemento accessorio quale è la scheda SIM, la cui presenza non esaurisce le potenzialità comunicative dei telefoni cellulari, soprattutto considerando quelli di ultima generazione, utilizzabili per l’invio, la ricezione, la trasmissione di dati e informazioni, e dunque di comunicazioni, sia telefoniche che telematiche, anche se sprovvisti della relativa SIM, ad esempio in ragione dell’attivazione di una o più e – SIM (schede digitali costituite da microchip programmabili integrati direttamente negli smartphone, che eliminano la necessità di una scheda fisica, consentendo l’uso immediato della rete) o per mezzo del collegamento bluetooth ad una rete WI-FI oppure ad una rete messa a disposizione, anche involontariamente, da altri soggetti all’interno della casa circondariale. In questo senso si è, di recente, espressa la Suprema Corte che, con sentenza pronunciata dalla sesta sezione in data 12 marzo 2026, ha affermato il seguente principio di diritto: «integra gli estremi del delitto di cui all’art. 391-ter, comma 3, c.p. l’indebita ricezione da parte del detenuto di un telefono cellulare, anche se privo della scheda SIM».